Un trenino, il Baccarini, che fu inaugurato nel dicembre del 1913 su progetto iniziale di un ingegnere che abitava a Porto S. Stefano, Ciriaco Baschieri Salvatori andò distrutto in seguito agli eventi bellici del 1943 e mai più ricostruito. Doveva essere il primo tratto del la linea ferroviaria nazionale Tirreno-Adriatico, ma rimase il primo e l’ultimo.

Cercherò di raccontare la sua storia in maniera diversa dal solito, una storia vista con gli occhi di un passeggero di allora, della mia conoscenza e della mia passione per il passato; una narrazione che amo definire un “viaggio nella fiaba“.

Il tutto si svolge in un contesto ambientale che ora non c’è più se non la sua meravigliosa morfologia, la splendida vegetazione. Non esagero nell’affermare che quando il mio sguardo si sofferma su questo paesaggio, mi sembra di ascoltare una musica: è il suono di una “poesia” i cui versi sono cantati da tutti gli elementi della natura.

La linea che collegava Orbetello Scalo a Porto Santo Stefano  offriva questo e molto altro alla vista del viaggiatore che, scendendo dalla tratta nazionale Pisa Roma, saliva sul “Baccarini” per raggiungere Porto Santo Stefano.

Quale paesaggio si dipanava, come una trama, davanti agli occhi di un viaggiatore salito sul Baccarini nel trentennio che ha preceduto la fine della Seconda guerra mondiale?

La locomotiva rumorosissima, la “caffettiera” cosi  la chiamavano all’Argentario, era composta da tre vetture passeggeri, di prima, seconda e terza classe e un carro per il collettame, il tutto dipinto di verde scuro.

Dopo avere pagato il biglietto per Porto Santo Stefano iniziava un viaggio di circa 11 Km da coprire in circa 40 minuti. Il trenino faceva un giro largo verso Est e qui si apriva subito uno stupendo belvedere: la Laguna di levante e il maestoso Monte Argentario che mostrava la sua selvosa fronte: un bellissimo miscuglio di macchia mediterranea.

Già in questo primo tratto la laguna presentava i suoi principali attori: le molte specie di uccelli acquatici migratori e stanziali, i famosi idrovolanti delle crociere mediterranee ed atlantiche impegnati in decolli e ammaraggi per le dovute prove tecniche di volo ed infine i pescatori che svolgevano il proprio lavoro in totale rispetto della fauna acquatica. Proprio là, verso Est si poteva ben notare sulla sponda opposta della laguna la Feniglia con la piantumazione della pineta conclusa nel 1938.

La penisola di Orbetello allora era molto diversa: la ferrovia correva dallo Scalo per circa 3 Km fino ad arrivare alle porte e i bastioni medioevali che chiudevano il centro storico di Orbetello. Lungo il tragitto non  esistevano abitazioni  ma una campagna punteggiata da qualche casetta rurale.

Dopo poco più di un chilometro dalla partenza il treno attraversava la strada, lì dove c’era il famoso passaggio a livello della Madonnella, una chiesetta del 1752. In questo punto il “Baccarini” girava ad Ovest, costeggiando la Laguna di Ponente e tutto quello che di bello si era osservato a levante, ora si trasferiva a ponente.  La flora e la fauna lacustre apparivano al nostro viaggiatore come i soggetti di un quadro o di una lirica pronti per essere immortalati da pittori e poeti.

Volgendo lo sguardo verso Nord era ben visibile un grande stabilimento industriale, la “Colle e Concimi“, così si chiamava, costruito nell’anno 1906, per la produzione di concimi a testimonianza della vocazione industriale di Orbetello.

Procedendo a circa 23-30 chilometri orari, perchè questa era la velocità media, il trenino incrociava una località denominata il “Sale“, perché anticamente vi si produceva sale per il fabbisogno locale. La casa colonica dei proprietari di allora era infatti chiamata il “Casale del sale”.

Subito dopo il trenino lambiva il Cimitero che allora aveva un solo cancello dal lato della statale mentre sulla destra verso la Laguna di ponente, il  trenino poteva incrociare il vaporino che navigava in quello specchio d’acqua aderente la sponda, denominata il “Fossone” con a rimorchio i suoi barconi (grandi barche molto larghe) cariche di sacchi di concime prodotto nell’adiacente fabbrica di prodotti chimici, la “Colle e Concimi“. La ditta che traghettava si chiamava “Imbarchi e sbarchi” e garantiva un servizio di navigazione dedito al trasporto dei concimi da Orbetello Scalo alla rada di Santa Liberata, per un percorso di circa 5 km.

Superando la zona del Cimitero il trenino, viaggiando 20-25 chilometri orari, si avvicinava al centro storico di Orbetello”, esattamente “ciuffettava”: qui si trovavano le poche case coloniche di allora, appartenenti ai vari signori di Orbetello: De Witt, De Santis, Barbetta  sui cui terreni si coltivavano ortaggi e verdure in genere per approvvigionare il paese. Andando avanti per circa 200 metri si scorgevano le prime fortificazioni, cosiddette “spagnole”, di Orbetello, volte alla difesa del paese stesso durante un lungo periodo iniziato nel XV secolo.

Il trenino entra in paese dalla parte Ovest, passando dal grande Bastione Duca d’Arcos che ebbe rilevante importanza nell’assedio subito da Orbetello nel 1646 da parte dei francesi comandati dal principe Tommaso di Savoia.

In prossimità del bastione si potevano osservare le strutture monumentali che testimoniavano la ricca storia di Orbetello. La prima che si incontrava a sinistra era la famosa Porta a Terra, o Porta Bonavides, dal nome del viceré che la fece costruire con l’aiuto del vicario generale Marino Carala sotto il re di Spagna Carlo II d’Asburgo.  Subito davanti a destra,  era ben visibile, anche se mal messa, la famosa Porta del Soccorso che nel 1646 il generale Carlo Della Gatta usò per le sue sortite geniali al fine di creare scompiglio nelle postazioni francesi. Datata 1620, questa porta era stata costruita dal Duca d’Ossuna. Nell’immediato, sempre sulla destra, era ben riconoscibile un fabbricato della seconda metà dell’800, facente funzione di Mattatoio pubblico.

Qui il trenino si fermava, la prima sosta: Orbetello città con la sua tipica Stazioncina. Pochi minuti e poi si ripartiva, il viaggiatore poteva immediatamente vedere e quasi toccare con mano le meravigliose Mura cosiddette Etrusche che gli scorrevano accanto ad una velocità di 4-6 metri, per circa 500 metri, fino ad arrivare all’inizio della “diga”.

Prima di arrivare alla fine del paese, in località nominata il Porto, il trenino passava davanti alla Piazza del Duomo dove si poteva ammirare la facciata voluta dal conte Nicola Orsini che qui governava nel Trecento.

Nella stessa piazza faceva ottima figura lo stabilimento Molino e Pastificio Argentario Orbetello, così si chiamava, uno splendido opificio in stile Liberty che dava lavoro a molta gente, uomini e donne. Questo faceva sfoggio di un meraviglioso cancello di entrata e della sua recinzione in ferro battuto raffigurante tralci di vigna, forse a voler dire “qui si fa farina per il pane che entra ed esce dal tralcio dell’uva, l’eucarestia?”

Sempre sulla stessa piazza era possibile vedere la Caserma Umberto I, prima ancora Convento delle monache Clarisse con un bel giardinetto al centro della piazza che armonizzava il tutto, sullo sfondo la torre dell’Orologio del 1705 e due caratteristici giardini di epoca spagnola.

Il trenino proseguiva fino ad arrivare alla fine del paese, scorrendo sempre le mura poligonali etrusche; ad appena 200 metri era ben individuabile la casa di una grande e importante famiglia, i “Del Rosso”, che per primi, nella seconda metà del 1800, avevano costruito uno stabilimento di pasta e produzione di ghiaccio.

Il trenino procedeva per altri 200 metri per arrivare alla fine dell’abitato, passando un ponte in ferro, dove le mura etrusche sterzavano con un angolo acuto ad evidenziare il continuo delle mura verso est, come se volessero abbracciare in un gesto materno il nostro paese.

Lasciando il luogo il trenino si addentrava in una strana strada, detta la “Diga”, realizzata dal Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena nel 1842 e inaugurata il 12 maggio di quell’anno.

La Diga si inoltrava sulla laguna tagliandola in due per circa un chilometro. Qui levante e ponente si uni- vano, il paesaggio che si vedeva dai finestrini del trenino era fiabesco: elementi di cielo e lago, flora e fauna creavano una coralità di intenti, come se ringraziassero il passeggero per avere scelto di venire in questo luogo, dove viaggiare è poesia.

All’inizio della Diga erano molto attivi due stabilimenti balneari anche con funzione di teatro, ad Ovest l’Iris, ad Est il Politeama Garibaldi, tutti e due costruiti su palafitte. L’Iris godeva della vicinanza di un manufatto cilindrico, un molino a vento molto antico, ultimo di altri otto molini demoliti all’inizio del secolo scorso, a dimostrazione di una ricca attività molitoria svolta da molti secoli.

A questo punto il trenino lasciava la Diga girando a destra, salutava ed entrava nel territorio di Monte Argentario. Qui faceva la seconda fermata per prendere passeggeri e merci provenienti da Porto Ercole e qualche frate sceso dal Monte.

Pochissimi minuti e si ripartiva, Fatti circa 1.800 metri, il “Baccarini”raggiungeva la località Le Piane, dove un’antica fattoria agricola, produceva verdura di ogni genere, olio e vino a volontà.

Girando lo sguardo a destra, cioè verso Nord, si vedeva nei campi da una costruzione disastrata, forse una struttura di stoccaggio merci, usata sia dai contadini delle Piane che dai Frati Passionisti.

Continuando il nostro viaggio con il trenino i passeggeri giungevano alla cosiddetta località degli Stretti dove si addentravano  in un primo foro, cioè delle gallerie che li avrebbero condotti a Porto Santo Stefano

Ecco che il trenino fischiettando usciva dal foro e al viaggiatore si offriva la bellissima visuale di Val di Prato e di Costa di Teva con il suo casale, mentre sulla  destra si stringeva verso la foce di Nassa; in questo luogo si scorgevano tutti i lavori dei pescatori in maniera primordiale. Il canale navigabile che consentiva al vaporino di uscire verso il mare, il rimorchiatore con i suoi grandi barconi carichi di concimi da portare nella rada di Santa Liberata, dove erano ancorati bastimenti pronti per le varie destinazioni.

Il trenino, percorsi poco più di 700-800 metri, abbandonava quindi l’ambiente lagunare entrando in un altro contesto, quello del mar Tirreno. Si immetteva subito in un altro foro,  lasciando sulla sua destra la meravigliosa Baia Domizia, testimonianza degli antichi fasti della famiglia nobile dell’antica Roma, i Domizi Esbarbi, ultimo dei quali l’imperatore Nerone.

Nel punto d’incontro tra storia e archeologia ecco che un’antica Torre spagnola svettava dal colle spiovente sul mare, una torre costruita sopra un meraviglioso mosaico romano dell’età imperiale.

Appena fuori da questo foro il trenino procedeva per circa 400 metri lasciando la Baia Domizia e inoltrandosi nella valle chiamata della Soda. Attraversando quella valle per circa 300-400 metri, il trenino incontrava il quarto foro, questo gioco del dentro e del fuori dai fori rallegrava il viaggiatore di allora con i suoi meravigliosi scorci di panorama di rara bellezza.

Il quarto foro portava dopo appena 150 metri alla valle adiacente e successiva, la valle del Pozzarello. Sulla destra il viaggiatore poteva ammirare la splendida baia che faceva da ottima cornice a tutto il contesto paesaggistico del luogo. Alla fine della baia del Pozzarello, il trenino cambiava mano e il percorso si spostava verso la parte destra, sul versante mare. Oltrepassava la strada provinciale tramite un passaggio a livello ed accedeva ad uno squarcio della montagna, una specie di “canyon” fatto dall’uomo.

Un viaggio di 40 minuti, 14 chilometri pieni di una bellezza che a quel tempo, e non solo allora, sapeva di fiaba

Nel prezzo del biglietto era compreso anche questo!!

Dopo appena 400 metri ecco che il “Baccarini” proponeva ancora il divertente gioco del dentro e del fuori dei fori; si entrava dentro la quinta galleria lunga circa 300 metri, si usciva e appena dopo 60 metri di luce si immetteva nel sesto foro e, dopo più di 100 metri al buio, il trenino tornava alla luce del sole.

Qui il viaggiatore rimaneva estasiato da quello che vedeva, una bellissima e meravigliosa scogliera con una piccola spiaggia, la cosiddetta Baia della Cantoniera, perché qui c’era una cantoniera al servizio della ferrovia.

Da questa baia si cominciava a vedere il paese, Porto Santo Stefano fino alla punta estrema Nord dell’Argentario, Punta Lividonia: un paesaggio mozzafiato.

La Baia della Cantoniera lunga circa 150 metri, portava al settimo ed ultimo foro lungo circa 300 metri: ed era qui che il trenino, con un colpo di “tufa” salutava l’ingresso e l’arrivo a S. Stefano.

Forse salutava anche la bellissima villa sul mare, appena sulla destra dell’uscita, di proprietà dell’avvocato Carlo Scarabelli, promotore del progetto della ferrovia Santo Stefano Orbetello Scalo e amico dell’ingegnere progettista, Ciriaco Baschieri Salvatori.

Dopo il settimo foro, il “Baccarini” proseguiva per circa 400 metri ed accedeva ad una galleria artificiale che passava sotto la strada principale fino ad arrivare alla stazione di arrivo finale: Santo Stefano città.

“Un racconto di Emidio Cagnoli”

Articolo rireso dal volume ” L’Argentariana”

Centro Studi Don Pietro Fanciulli

 

 

 

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